Come può una donna, relegata al ruolo di oggetto, riappropriarsi della propria voce? Attraverso una lettura femminista di La donna del mare, il saggio esplora la grammatica del desiderio nel teatro di Henrik Ibsen, svelandone la potenza sovversiva. Servendosi di un articolato apparato semiotico, l’autrice indaga come Ellida – figura di soglia tra realtà e mito – riesca a ribellarsi all’ordine borghese usando il suo desiderio come spinta alla vita e alla resistenza. Il testo approfondisce simultaneamente il ruolo della traduzione come pratica politica, e mira a smascherare le strategie di invisibilità linguistica. Decostruendo l’utopia del senso unico, il testo consente a chi legge di riconoscere nel dramma di Ellida, la necessità di una rivoluzione culturale ancora dolorosamente attuale.


