«Denunciare l’ingiustizia senza tregua, farla risuonare alle orecchie ben ovattate, soprattutto alle proprie, ma senza pensarci tanto e come intonando sgradevoli ritornelli: solo mezzo per superare la vergogna» (M. Alexandre).
Il testo che costì si pubblica è il giornale postumo di Michel Alexandre. Filosofo obliato, ma di tonante potenza cogitativa. E piccolo classico del primo Novecento francese. Pagina dopo pagina, in intimo e catafratto dialogo con sé stesso, (il giornale verrà inumato nella terra, e disseppellito solo negli anni ’70), Alexandre si confronta, in un agone senza quartiere, colla dura nostra esistenza, nello Spazio, nel Tempo. Nella machina mundi del cosmo. La tensione speculativa è al calor bianco. Marco Aurelio, Leopardi, Spinoza paiono trasparire, incendiari, di tra le righe. Ma nella invincibile estate di Provenza, (la terra di Alexandre), e per entro il cupo e gelido buiore dell’universo, lo spirito si trae e sormonta incessantemente; lieto e disperato in uno; fedele a quel fulgido e intransigente monito che alligna nel vero. Con uno scritto di Gérard Granel

